Panorama
  • Coro Ama

    «AMA», il picco coro in canto e il coro di voci bianche in concerto giovedì 19 luglio

    Appuntamento alle ore 20.00 presso l’auditorium della Chiesa di Sant’Antonio

  • Arboris Belli 2018

    «Arboris Belli», tutto pronto per la rievocazione storica

    Si parte il 27 maggio con l’avvio del percorso di gemellaggio con Caserta e gli Antici Giochi inaugurati da Lino Banfi

  • Locandina Pretty in Pink

    «Pretty in Pink», venerdì 20 luglio festival della cultura al femminile al Trullo Sovrano

    Anche quest’anno, per la quarta edizione di Pretty in Pink, Festival della cultura al femminile, l’associazione Collabs si propone di offrire un evento artistico e sociale, capace di coinvolgere la cittadinanza e i turisti dei trulli con una serata ricca di appuntamenti, tutti con ospiti femminili.

  • Summer Lights Pianista volante

    «Summer lights», la magia di Klimt sui trulli di Alberobello

    L’iniziativa è realizzata in collaborazione con ENGIE Servizi

  • Biblioteche

    Il Comune di Alberobello, ha all'attivo la Biblioteca Comunale che comprende varie sezioni di consultazione. Essa è allocata nel palazzo municipale è aperta  dal Lunedì al venerdì dalle ore 10,00 alle ore 12,00 e dalle ore 16,00 alle ore 18,00.

    Degna di menzione è anche la Biblioteca Parrocchiale del Santi Cosma e Damiano, sita in via Diaz.
    Non ha orari di accesso al pubblico ma è sufficiente contattare il Parroco per poterne fruire.

  • Brevi cenni sul brigantaggio e a famigerate brigantesse meno note

     Il fenomeno del brigantaggio, presente per circa 1800 anni, salvo a classificarlo in modo diverso in altre parti del mondo, viene presentato in sintesi ridotta.

         Ha scritto Francesco Saverio Nitti "Ogni parte d´Italia, oserei dire ogni parte di Europa, ha avuto banditi e malviventi, che in periodi di guerra o di sventure hanno dominato la campagna e si sono messi fuori della legge. Si può dire anzi che, in alcuni paesi dell´Europa centrale, il brigantaggio sia stato per secoli una vera istituzione; e i banditi della Germania, che i romantici hanno spesso idealizzato, in brutalità e in ferocia hanno segnato pagine assai piú sanguinose delle nostre".

         Il termine brigantaggio, a sentire Giustino Fortunato, ha indicato l´attività criminale comune, la rivolta o l´insurrezione sociale contro i poteri costituiti di quella parte della società rosa dalla miseria.

         Per Jacopo Gelli, invece, il termine brigante venne coniato dai Romani e affibbiato ai popoli indomiti che dall´Africa settentrionale si riversarono nella Spagna e anche al popolo basco, indomito e ribelle all´autorità romana.

         Il brigantaggio nacque e venne sempre confermato durante l´impero di Claudio, di Vespasiano e di Antonino Pio.

         Chi furono, quindi, i briganti? Coloro che produssero un iniziale stato di violenza nelle città e nelle campagne e R. Church, generale, che combatté il fenomeno nel corso del 1800, definì la compagnia di briganti una banda di grassatori [chi sulle vie pubbliche aggredisce a mano armata per derubare il viandante], una squadra piccola di gente in armi stipendiata dal governo a sostegno della tranquillità pubblica. Come tutto ciò fu possibile?

         Ogni qualvolta i regnanti, ma anche i pontefici, vedevano barcollare il loro regno organizzavano comitive di gente dissoluta che, munita di armi, di polvere da sparo e di denaro, venivano sguinzagliate nelle campagne. L´allusione è al fenomeno generato sotto i Borbone, allorquando per ben due volte persero il regno.

         Il brigantaggio tante volte venne distrutto, tante volte risorse; piú la repressione diveniva violenta, piú rafforzato rinasceva.

         Ne 36 a.C., Ottaviano, avendo sconfitto Sesto Pompeo, figlio minore del grande Pompeo, rimase unico signore dell´Italia; egli comprese che nessuna riforma sarebbe stata efficace se non fosse stato affrontato l´ordine pubblico interno, dal momento che le terre italiche erano nel disordine generale ed erano percorse da un gran numero di briganti, raggruppati, talvolta, in vere bande armate.

         Egli, allora, affidò al luogotenente Sabino il compito di sterminarli e di ristabilire l´ordine su tutto il territorio nel giro di un anno.

         Se l´obiettivo fu raggiunto, dall´altra parte i latifondisti che non potevano ricorrere agli schiavi di guerra, appannaggio dell´imperatore, pensarono di recuperare la manodopera organizzando vere e proprie bande di sequestratori che lungo le strade, sia maestre sia appartate, apparivano all´improvviso, fermavano i viandanti, non badando alle loro condizioni, liberi o schiavi, li trascinavano nelle masserie per costringerli al lavoro coatto e qui, sostiene Vito Antonio Sirago, vi restarono per sempre a lavorare, senza che i famigliari ne fossero a conoscenza. Plinio il Giovane riferisce che durante gli imperi di Domiziano (81-96) e di Traiano (98-117), molti per la loro sicurezza ricorrevano all´utilizzo di cani di razza.

         Prima ancora, il fenomeno del banditismo fu fiorente sotto Tiberio (14-37), che non trascurò ogni aspetto per colpirlo.

         La Puglia, la "terra del fuoco nascosto", era il serbatoio delle rivolte; essa era controllata da un quaestor fornito di truppe, mentre navi vedette perlustravano le coste pronte a sbarcare in caso di estremo bisogno.

         Celebri briganti furono Tito Curtisio, sotto Tiberio, un ex soldato della coorte stanziata nella nostra regione; Geta, uno schiavo, brigante che aspirava a grandi cose, ma finì inchiodato sulla croce sotto Nerone; e Felix Bulla, il brigante che tenne sulla corda per vari anni i reparti armati; veniva sempre informato dei movimenti delle truppe dell´imperatore sia che arrivassero per via mare nel porto di Brindisi sia che fossero inviate da Roma. Cadde nella trappola per una donna, fu catturato nella grotta dei convegni amorosi. Processato, fu dato in pasto alle belve.

         La piaga del brigantaggio si fece sentire e il fenomeno divenne virulento anche durante il Medioevo, allorché interi gruppi di contadini, sotto il governo dei viceré spagnoli, si diedero alla macchia.

         Le masse contadine si rivoltarono contro i proprietari delle terre e i galantuomini durante gli sconvolgimenti della Repubblica Napoletana del 1799 e altri episodi briganteschi si ebbero sotto i governi costituzionali del 1820-21 e del 1848.

         Il ribellismo contadino divenne piú brutale nell´Italia meridionale e, come sostenne Tommaso Pedio, non fu un fenomeno di cui vergognarsi e, quindi, da espellere dalla nostra storia risorgimentale, anzi aggiunge, per coloro che lo conoscono è stato una delle pagine piú interessanti, se non la piú interessante della storia meridionale. Se il 1860, come osservò Giustino Fortunato, divenne rivoluzione politica della borghesia, il brigantaggio fu, invece, reazione sociale della plebe, frutto di secolare abbruttimento, di miseria e di ignoranza; per Franco Molfese, invece, esso è da considerarsi la manifestazione estrema di un movimento rivendicativo e di protesta che si elevò fino a forme rozze della classe contadina in una società molto arretrata con forti sopravvivenze feudali che potremmo definire economicamente sottosviluppata.

         Le bande, dunque, nacquero con la disgregazione del tessuto sociale, l´arretratezza e la miseria delle campagne meridionali. Tutto ciò accadde di frequente nel Regno di Napoli. Il fenomeno assunse proporzioni grandiose nel periodo post-unitario e solo con la legge Pica e per il coraggio del generale Emilio Pallavicini venne arginato; occorse, bisogna dirlo, un esercito di 120.000 uomini.

          Il fenomeno del brigantaggio riguardò tutto il Meridione nel periodo pre e post unitario. I briganti con le loro azioni criminose erano presenti negli Abruzzi, nello Stato Pontifico, nell´Emilia Romagna e perfino in Piemonte.

         Nel Regno delle Due Sicilie si rinvigorì nel periodo dell´invasione francese e per la grave crisi agricola del 1801-1803. Proliferò con numerose bande che terrorizzavano gli abitanti di numerosi paesi, dando quasi sempre scacco matto al neogoverno.

         A nulla valsero i corpi ausiliari che avrebbero affiancato l´esercito, a nulla valsero le taglie alte per i soggetti piú pericolosi.

         L´altro momento nero che alimentò il crimine organizzato in bande fu l´aumento del prezzo del grano e l´epidemia di peste che si protrasse dal novembre 1815 al giugno 1816; il brigantaggio si rinfocolò tanto da far emettere un decreto che mirava al suo sterminio in Calabria, in Basilicata, nel Molise e nella Capitanata.

         Leggi severe vennero emanate da Ferdinando IV e riconfermate dal figlio Francesco I fino al 1830, allorché fu posto sotto controllo, ma divampò in occasione delle carestie e delle epidemie.

        Nel 1837 si diffuse il colera e le tensioni politiche e sociali si riacutizzarono; si ebbe la ripresa del brigantaggio soprattutto nelle zone dove non era stato eliminato del tutto.

         In concomitanza degli avvenimenti politici del ´48 il brigantaggio infuriò e, nel 1850, l´intero territorio della Calabria fu posto in stato di assedio revocato nel 1852.

         C´era, tuttavia, un errore di fondo, quello di considerare il fenomeno come l´azione di criminali; non si volle comprendere ch´esso era originato da fattori sociali, come la miseria innanzi tutto, l´ignoranza e l´arretratezza delle plebi rurali o l´introduzione di norme poco gradite alla popolazione (la coscrizione obbligatoria, la tassa sul macinato, le oppressioni delle classi dirigenti autoctone). L´indigenza, la disoccupazione e il costo della vita determinarono il passaggio al brigantaggio. Nel Sud, il fenomeno riesplose immediatamente dopo l´Unità d´Italia e si protrasse fino agli anni ´70, sino all´annientamento con l´impiego di forze e con mezzi enormi. Ecco che cosa scrisse Alfonso La Marmora al Prefetto di Potenza: "Se l´ignoranza e la ferocia sono i caratteri delle classi inferiori, l´egoismo, l´intrigo e la sete di dominio sono quelli dei cosiddetti galantuomini..., se non vi fosse stata la truppa le plebi, per tanto tempo maltrattate, avrebbero finito per trucidare i così detti liberali e galantuomini".

         Bettino Ricasoli, succeduto a Cavour, che piú volte aveva segnalato la complessità della questione prima della sua morte precoce, mostrò di ascoltare quanto gli scrisse Peruzzi da Napoli: "L´aristocrazia e il clero sono generalmente borbonici, il ceto medio abituato a vivere d´impieghi e, piú che dello stipendio, del furto per il quale traeva dall´impiego argomento di guadagno, è scontento perché ora ruba meno o perché ha perduto gli impieghi o perché teme che le riforme non compiute, ma annunziate, lo privino".  Occorreva "togliere da Napoli l´officina degli impiegati"; le nomine andrebbero fatte da Torino per evitare "forme d´insistenza e di raccomandazioni" per non avere sul luogo "influenze personali e minacce" e "attivare lavori in piú parti dell´ex-regno per combattere la miseria e arginare le conseguenze", come era stato promesso "dal precedente e dal Governo del momento", dando l´esempio di un governo forte e di un´amministrazione imparziale capace di soddisfare le legittime istanze delle popolazioni, di promuovere l´istruzione pubblica e la prosperità morale. Sia Peruzzi sia Minghetti sia Spaventa sapevano che il brigantaggio era sostenuto dai possidenti meridionali. Andava spezzato quel cordone. Ci pensò il generale Pallavicini, assumendo nel 1864 il comando della zona di Melfi e di Lacedonia, "dove organizzò il servizio di spionaggio e di polizia, aumentando la pressione sulle famiglie dei briganti in modo da farli cedere. Ottenne il risultato ricercato".

        Nonostante "il grande brigantaggio iniziasse a perdere terreno", il fenomeno rimase crudele anche negli anni a seguire, "come nel Chietino, nella zona dell´Aquila, nel Salernitano, in Calabria e nella zona di Lagonegro in Basilicata". Secondo Bettino Ricasoli, gli errori erano da ricercarsi "nell´inadeguatezza, nella disorganizzazione e nella confusione del sistema allora vigente" e a cui concorrevano anche le autorità politiche e militari. Si rafforzarono in quel periodo la camorra, che nacque nelle prigioni napoletane sin dal 1830, e la mafia, il cui termine venne coniato nel 1863.

        I due mali endemici misero a dura prova le prime maggioranze governative e la stabilità dello Stato e mentre il brigantaggio fu lentamente distrutto, le mafie sopravvissero, consolidando il rapporto con il potere politico. Il questore di Palermo, Ermanno Sangiorgi, nel 1898, disse una sacrosanta verità: "i caporioni stanno sotto la tutela di Senatori, Deputati e altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, a loro volta, da loro protetti e difesi".

         Se da una parte il brigantaggio è coniugato al maschile, dell´altra poco si sa o poco si è scritto sul coinvolgimento delle donne nello stesso fenomeno; soprattutto furono vittime, irrilevante il numero delle protagoniste, il piú delle volte erano le amanti del capobrigante. Qui si omette di descrivere le brigantesse note, delle quali internet fornisce aspetti biografici piú o meno ampie. 

          Si diventava vittima allorquando la donna era bella e il brigante n´era catturato dalle sembianze; si diventava protagonista quando il coraggio era pari a quello dell´uomo. Nel primo caso, si narra di una giovane e bella fanciulla di Potenza  curiosa di osservare il passaggio del prepotente Taccone e della sua banda sotto casa, tanto da sollevare la cortina della finestra. Il brigante, che s´era fatto vivo con minacce il giorno precedente, si recava in quel mentre alla chiesa di san Gerardo, dove attendeva i potenti della città potentina per ricevere l´omaggio delle autorità civili e religiose e queste, tutte, compreso il popolo, si posero in ginocchio davanti al bandito per chiedere d´essere risparmiati dal saccheggio. Il briccone si mostrò indulgente, tanto da pretendere una festa in suo onore. Immediatamente dopo il corteo mosse verso la cattedrale, dove il vescovo intonò il Te Deum. Mentre il trionfatore riattraversava la città, lo sguardo cadde sul bel volto della fanciulla che aveva osato osservarlo, sollevando la tendina. Bastò un cenno ad uno dei suoi sgherri perché la stessa fosse prelevata e posta di traverso sulla sua sella. La fanciulla fu portata via. Si dice che il generale Manhés, postosi sulle tracce del delinquente, chiese della ragazza; scoprì che era stata uccisa dallo stesso brigante perché non volle cogliere la fortuna d´essere la concubina di un uomo come lui e che per tale ragione non era degna di restare in vita.

        A differenza di questo triste epilogo, Emanuela Pennacchio, invece,  fu ricattata del malavitoso Schiavone, che già conviveva con tale Rosa Giuliani, abbandonò tutto e corse a vivere con lui. Chi non dimenticò fu Rosa, che si vendicò della nuova amante, denunciando il compagno ai soldati, che lo arrestarono e lo condussero sul patibolo, dove egli vi giunse con aria spavalda e con una sigaretta tra le labbra, ma con il vivo desiderio di rivedere per l´ultima volta la sua Emanuela.

         Innamorata del brigante Parri fu una giovane che volle condividere le sorti del suo uomo e quando questi mandò un componente della banda per ritirare la biancheria e le vettovaglie, ella preferì portarle di persona per rimanere con lui alcuni giorni. Dovendosi il bandito trasferire in un luogo lontano, ella non esitò a dirgli: "Voglio stare con voi e fare il bandito". Peppinella, questa era il suo nome, dopo le reiterate insistenze a ritornarsene a casa, tagliò corto e disse: "Dove corre, corre la mia pianeta, e mi lascio con voi".

         Un´altra Emanuela venne amata perdutamente dal brigante Tortora e, ovunque egli andasse, lei gli fu sempre accanto. Cavalcava come un uomo e indossava abiti maschili. Nella buona e nella cattiva sorte lei gli fu sempre accanto. Durante uno scontro con la truppa, si trovò lontana dalla compagnia; nel corso della fuga preferì entrare nel gruppo di Coppo, componente della stessa masnada, il quale la portò nel bosco di Lagopesole per sedurla. La sua resistenza non la salvò dalla morte. Il malandrino stesso, a sua volta, fu ucciso in duello dal Tortora che volle vendicare la sua amata.

         Un altro avvenimento molto grottesco fu il legame amoroso di una ragazza con l´assassino dei suoi quattro fratelli e del padre.

         Il brigante Bizzarro divenne sanguinario dopo aver sedotto la figlia di un possidente presso il quale prestava lavoro. I fratelli, per vendicare l´onorabilità della fanciulla, massacrarono con diverse pugnalate il servitore sleale. Consideratolo morto, aveva solo perso i sensi, lo abbandonarono in un campo; l´infelice riuscì a portarsi lontano e trovò rifugio presso qualcuno ch´ebbe pietà del suo stato e dopo essere guarito fece perdere ogni traccia di sé. Di lui si ebbero notizie allorché si seppe che faceva parte di una comitiva di delinquenti con finalità politiche. Il fuorilegge, dando prova di bravura e anche di efferatezza, si pose al comando della brigata, che lo riconobbe come capo. Nell´animo covava la vendetta contro i due fratelli e l´occasione si presentò durante una grande festa religiosa. Dopo aver fatto circondare la chiesa, intimò ai fedeli di uscire e nel mentre sortirono i due li uccise senza alcuna pietà; gli altri due fratelli furono scovati dietro l´altare e colpiti a morte.

         Della famiglia rimanevano in vita il padre e la figlia. Andò a cercarli.  L´anziano possidente era a letto ammalato e, nonostante le implorazioni della figlia, Bizzarro con una pugnalata gli troncò la vita. Portò con sé la ragazza. Alessandro Dumas, che in quel periodo era nel Regno delle Due Sicilie per un incarico amministrativo, ci fa sapere: "In quella sciagurata donna l´amore fu piú forte dei legami del sangue: ella aveva amato il Bizzarro vittima della sua famiglia, continuò ad amare il Bizzarro uccisore dei suoi. E da quel momento, essendosi la banda del brigante ordinata militarmente, ella sempre a cavallo presso l´amante, vestita da uomo, fu veduta far mostra in quella guerra febbrile del brigantaggio di un coraggio e di una audacia che la fecero degna compagna del Bizzarro". Fu catturata durante un´imboscata e, messa in prigione, si spense per il dolore inconsolabile per essere stata divisa dall´uomo della sua vita. Il suo uomo, però, non tardò a consolarsi con un´altra; s´invaghì di Nicolina Ricciardi che gli diede un figlio, costretta a portarlo con sé durante i numerosi spostamenti. Sempre inseguito dalla truppa, il bandito fece disperdere la sua banda e lui e la sua compagna si rifugiarono in una grotta che aveva un ingresso angusto, occorreva strisciare per entrarci. Se da una parte quello fu ritenuto il rifugio sicuro, dall´altra incombeva sui due ricercati il pianto supplichevole del neonato che chiedeva il latte materno. Le condizioni dell´infelice bimbo erano sconfortanti, non vivendo in un ambiente sereno e al caldo, aggiungi poi lo scarso latte prodotto dalla puerpera che, mal nutrendosi, non ne produceva. Nonostante i tentativi della mamma di acquietarlo, una notte i gemiti divennero frequenti e per evitare che qualcuno potesse ascoltarli, il Bizzarro s´avvicino alla madre e gli strappò dalle braccia il figlio, lo afferrò con un piede facendogli sbattere la testa sulla roccia, uccidendolo. La sciagurata trattenne il suo impeto, prese il corpicino senza vita, lo avvolse nei suoi miseri panni, e con un coltello cavò la terra per una minuscola buca e lo seppellì.

         Non abbandonò, tuttavia, l´idea di vendicare il figlio. Una notte mentre il Bizzarro dormiva profondamente, accostò il fucile all´orecchio dell´uomo e premette il grilletto. Col coltello recise il capo e l´indomani raggiunse un posto avanzato di un reparto di militari ai quali consegnò la testa del suo amato. Ella reclamò che le fosse consegnata la taglia di mille ducati che pendeva sulla testa dell´uomo.

        C´è da chiedersi se le donne dei briganti furono anch´esse brigantesse, semplici gregarie o addirittura capibrigante? Quali reati commisero tanto da sfiorare la condanna a morte o i lavori forzati?

         Solitamente erano giovanissime ragazze e talvolta anche minorenni. Nonostante i mille disagi a cui andavano incontro, esse condivisero con gli uomini malavitosi ogni forma di piacere o il dolore, la fame il patimento delle gelate notturne sotto le tende o in ripari di fortuna. Una brigantessa confessò: "Dormivamo con le gambe tirate fino alla pancia, quando andava bene su un giaciglio di felci che in poco tempo però veniva bruciato perché al centro della capanna doveva restare il posto del fuoco. Così la notte di solito giacevamo sulla terra nuda. In queste capanne mancava l´acqua che andavamo a prendere al pozzo. Per un solo barilotto bisognava andare e venire almeno dieci volte. Noi donne dovevamo provvedere a procurare il pane, le forme di cacio pecorino, i maccaroni".

         Si poteva cantare a bassa voce nei covi e allorché c´era il passaggio dei militari era proibito perfino starnutire o tossire.

        Maria Oliviero di Serrapedace, prov. di Catanzaro, aveva vent´anni quando sposò il giovane Pietro Monaco. Dopo aver sgozzato sua sorella, divenuta amante del proprio marito, ella indossò i pantaloni di fustagno di Pietro, il giubbotto, un cappellaccio, si armò di pugnale, di un fucile a tracolla e sul sorso d´un mulo si diresse sull´Aspromonte dove si fece capobrigante di una banda messa su dal marito. S´azzardava a entrare nottetempo nel suo paese per chiedere il pane e altre vettovaglie. I suoi compaesani le volevano bene, tanto da ospitarla piú volte nelle loro case. Quando fu catturata, riuscì simpatica perfino ai soldati, ai quali s´era dichiarata brigantessa.

        In quanto a ferocia, le ragazze dedite al brigantaggio non erano da meno degli uomini; si narra di Caterina Colacicchio che in preda alla vendetta inzuppò un tozzo di pane nel sangue di un giovane garibaldino che aveva avuto l´ardire di arrestare suo marito, Nicola Lillo, cibandosi tra gli applausi degli astanti. Un simile gesto fu compiuto da Margherita Giannico, la quale prese parte al brigantaggio e fu così efferata che con gesti cannibaleschi intingeva le mani nelle ferite degli uccisi e le portava alla labbra.

         Durante i combattimenti, nel momento della resa, molte delle brigantesse per non essere uccise dai proiettili dei militari, mostravano, calandosi i pantaloni, le cosce o la pancia, perché incinte, o addirittura si scoprivano il petto. Il gesto di una di queste non piacque ad un soldato, al quale mostrò il petto e l´invito a non spararla perché donna, ma quello la freddò ugualmente.

  • Cinema

    Il Comune di Alberobello dispone di cinema all'aperto  che propone durante il periodo estivo a tutto settembre, film in II e III visione.
    L'anfiteatro  è situato in via Monte Pertica.

  • Mafalda Baccaro

    Concerto per Pianoforte con Mafalda Baccaro e l’associazione «La Ghironda»

    Appuntamento giovedì 12 luglio davanti al trullo Sovrano, alle ore 21.00

  • Cultura

    Immagine della cultura come chiave per accedere al mondo e cibo per la mente

    Sezione del portale in cui si possono trovare indicazioni per il cinema, il teatro, i musei e le manifestazioni organizzate in città, nonchè informazioni riguardanti la sfera culturale e dell'intrattenimento.

    La cultura è cibo per l'anima. Sostenere l'importanza della cultura come bene comune e come elemento di crescita per tutta la città è un fattore essenziale per la realizzazione di una società partecipata e democratica a tutti i livelli.

  • Locandina Festival Folklorico Internazionale «Città dei Trulli»

    Festival Folklorico Internazionale «Città dei Trulli», sabato 28 luglio conferenza stampa di presentazione

    Appuntamento alle ore 17.30 al Municipio nella sala consiliare «Gianpiero De Santis»

  • Giancarlo Giannini ad Alberobello

    Giancarlo Giannini incanta Alberobello

    Grande successo per il primo appuntamento della rassegna organizzata dal Comune in collaborazione con Domi Ciliberti e Pino Savino.

  • Notizie storiche





    Zona Trulli 






    Piazza del Popolo






    Corso Vittorio Emanuele
    ALBEROBELLO,"LA CITTA´ DEI TRULLI", è stata affrancata dal dominio feudale nel 1797.La storia è raccontata in molti modi  e sempre  con riferimenti leggendari.
     La nascita del feudo, risale al periodo delle guerre svoltesi nel Regno di Napoli, sin dal lontano 1400, mentre le prime notizie documentate sulla Selva, risalgono al 1359.
    Il Re di Napoli, Ferrante, fu lieto di donare ( forse per le vittorie riportate nelle crociate), ad Andrea Matteo, figlio di Giulio dei Conti Acquaviva di Conversano, un feudo consistente in un terreno disabitato ed incolto.
    Andrea lo denominò:  " SYLVA AUT NEMUS ARBORIS BELLI ", comunemente  chiamato SELVA.(1481)
    Ma il feudatario che ha il merito della nascita del villaggio di  Alberobello  è Gian Girolamo II dei conti Acquaviva d´Aragona di Conversano. La legganda ci tramanda  che, venuto in possesso del feudo, per mezzo di bandi, il Conte richiamò dei contadini  dai territori vicini promettendo loro vari privilegi, affinché disboscassero e rendessero coltivabili quelle terre.    
    Tale iniziativa, fu adottata contro il divieto del re di Spagna, espresso nella legge :" PRAMMATICA DE BARONIBUS", che prevedeva che, alla costituzione di un  centro urbano, il feudatario dovesse corrispondere un  tributo alla Corte. 
    Il conte,  per  evitare tali oneri, dette facoltà ai contadini di costruire dei ricoveri utilizzando il materiale calcareo che offriva il territorio, senza adoperare cemento.avrebbero potuto, cioè,  costruire delle  "casedde " a secco, in maniera tale che, verificandosi un´improvvisa  ispezione da parte dei missi dominici del re di Spagna,  le casedde potessero facilmente essere demolite e ricostruite dopo il sopralluogo.
    Si ha notizia di una prima demolizione nel 1644. 
    I primi trulli, furono più che altro cumuli di lastre denominate " specchie" che l´entusiasmo e il genio dei  contadini trasformò nelle caratteristiche abitazioni che oggi sono Patrimonio dell'Umanità. 
    Dal 1626 il villaggio, fu governato dal conte Gian Girolamo II Acquaviva  detto " Il Guercio di Puglia", a causa di un difetto  visivo.
    Fu costui, feudatario cattivo, vendicativo e molto temuto dai contadini, pur essendo  persona osservante e religiosa.
    Bisogna però dargli il merito di aver migliorato la vita dei suoi contadini, facendo costruire, nel 1635, una locanda, un forno, un mulino, una pizzicheria, una beccheria. Nella sua casina di villeggiatura, che tuttora domina la piccola valle ( "Largo della Foggia"), fece costruire una piccola cappella- oratorio dove pose un quadro della Madonna di Loreto che aveva ai lati i SS. Medici Cosma e Damiano ( fratelli, medici e martiri cristiani, nati ad Egea in Arabia e decapitati il 27 settembre del 302 d.c. ) dei quali era molto devoto, tant'è che aveva chiamato Cosmo suo figlio che poi fu ucciso in duello dal Duca di Martina ,Petracone V. Ma, di contro,  la crudeltà  del conte  si manifestò in vari modi: con la pretesa dello "ius primae noctis"  e con la mania di colpire col fucile, dall´alto della sua casina, le brocche delle ragazze che attingevano l´acqua alla foggia, spesso ferendole, sbagliando bersaglio.
    Morì nel 1665 di peste durante un viaggio in Spagna, mentre si recava dal re per dar conto  delle suo cattivo governo.
    A lui successe  Giulio Antonio che ebbe molti meriti e nomine dal re.
    Intanto nella Selva la popolazione era cresciuta e  il quadro dei SS. Medici era stato spostato dalla cappella del palazzo Acquaviva, che si piò ammirare ancor oggi, in un trullo diametralmente opposto alla residenza del feudatario. 
    Intanto i  3500  Selvesi erano molto stanchi del dominio feudale e dei vari conti succedutisi. Siamo nell'anno 1797.
    Alcuni  alberobellesi : don Francesco Sgobba, don Nicola Tinella, don Francesco Martellotta, don Vito Fasano, il dott. Giacomo Pezzolla, il dott. Martino Lippolis e il maestro d´arte Ottavio Ciaccia, approfittando della venuta a Taranto del re Ferdinando IV di Borbone, in quello stesso anno,  si recarono da lui per chiedere la liberazione della Selva dal dominio feudale.
    Il re commosso dal coraggio dei 7 delegati,  promise loro che avrebbe provveduto in tal senso con l´emanazione di un editto che giunse subito dopo : era il 27 maggio 1797.
    Per festeggiare l´avvenimento, di fronte al palazzo dei Conti Acquaviva, fu posta la  pietra  della prima casa eretta  con calce e malta,  denominata "Casa d´Amore", dal nome del proprietario, e sulla porta rimane è incisa la  frase : " Ex autoritate regia, hoc primum erectum  A.D. 1797".
    I selvesi( vecchia denominazione degli alberobellesi) contenti per il riconoscimento, pensarono di intitolare il villaggio al re chiamandolo Ferrandina, ma poi scelsero il nome originario " Arboris belli" - Alberobello.
    La prima approvazione dello stemma comunale risale al decreto del Capo del Governo datato 26 marzo 1935 al quale fece seguito il decreto del 24 novembre 1952 con il quale si approvava che lo Stemma era " D'azzurro, alla quercia sormontata da due candide colombe in volo, in atteggiamento da posarvisi, nodrita su terrazza, sinistrata da un leone rampante, addestrato da un guerriero medioevale. armato, nell'atto di colpire con la lancia la bocca del leone, il tutto al naturale. Ornamenti esteriori da Comune".
  • Storia

    I trulli sono stati oggetto di numerosi riconoscimenti.
    Già nel 1910 il governo emanò un decreto per eleggere Monumento Nazionale il Rione Monte.
    Nel 1930 fu elevato a Monumento nazionale anche il Rione Aia Piccola.
    Grazie a tali disposizioni governative i monumenti sono stati tutelati e preservati.
    Nel corso del secondo mandato dell' Amministrazione Panarese, dopo un lungo percorso preparatorio di atti e sopralluoghi di emiriti architetti incaricati dall'Unesco per valutare ed approvare la candidatura di Alberobello per l'inserimento nella world Heritage List, giunse  il favorevole responso. La Conferenza Intergovernativa, riunita a Merida in Messico, infatti, il 5 dicembre 1996, nell'ambito della 20^ Sessione del Comitato Mondiale UNESCO,  dichiarò : "I trulli di Alberobello", riuniti in un agglomerato urbano, Patrimonio Mondiale dell'Umanità, decretando l'inserimento nella  WORLD HERITAGE LIST, con le  seguenti motivazioni: "eccezionale tipologia, continuità abitativa, sopravvivenza di una cultura costruttiva di origine preistorica..."

    Grande fu  la soddisfazione dell'Amministrazione e dei cittadini.

    L'avvenimento viene celebrato  tutti gli anni, con iniziative e manifestazioni tese a promuovere sempre più la tutela e la valorizzazione dei monumenti anche e soprattutto fra gli Alberobellesi , perchè Alberobello non è la città dei trulli , Alberobello è i trulli.

    ALBEROBELLO IERI

     

         
     
    ALBEROBELLO OGGI
     
    Largo Martellotta
    Largo Martellotta
    Largo Martellotta
    Largo Martellotta
  • Storia e destino dei Trulli di Alberobello

     

    Manifesto Storia e destino dei trulli di Alberobello

     

    Prontuario del restauro dei trulli

     

    Copertina libro Storia e destino dei trulli di Alberobello

    Storia e Destino dei Trulli di Alberobello ( Prontuario del RESTAURO)
    Di G. Radicchio, A. Ambrosi e R. Panella
    Casa Editrice  Nunzio Schena di Fasano.


    Il  Piano Regolatore Generale di Alberobello, la cui redazione risale alla fine degli anni settanta e l´approvazione  negli anni "80 , aveva come obiettivo prioritario  il recupero di tutti i trulli, ed in maniera particolare di tutto il centro storico sia Monumentale che Ambientale .
    Contestualmente all´approvazione del P.R.G. la Regione Puglia approvò una legge , la n.72/79 che finanziava il recupero dei trulli del Centro Storico  a condizione che il  restauro fosse realizzato secondo i canoni più rigidi del restauro filologico.
    Pertanto  l´Amministrazione Comunale intraprese una serie di operazioni atte alla codificazione delle norme per il restauro dei trulli e fu conferito, in data 15.04.1980 con delibera di C.C. n.82, l´incarico all´arch. Giuseppe RADICCHIO, già redattore del precitato strumento generale, di redigere  un Prontuario per il Restauro dei Trulli di Alberobello.
    Nella fase della stesura definitiva, detto scritto, ha assunto il seguente titolo " Storia e Destino dei trulli di Alberobello, ( Prontuario del Restauro ).
    La prima bozza fu consegnata in data ottobre 1981  e presentata a tutti gli organi  preposti alla tutela, Soprintendenza ai Monumenti ed Ufficio Urbanistico Regionale, in data dicembre 1981 nella Sala Consigliare del Comune dove era stata allestita una Mostra fotografica sulle tecniche di  restauro dei trulli di Alberobello contenute nella bozza del Prontuario. 
     Nell´anno  successivo, in data aprile 1982, l´Amministrazione Comunale organizzò, a cura dell´Ufficio Tecnico, il 1° Seminario di Studi  sulla prima bozza del Prontuario del Restauro dei Trulli .
    Questo  primo seminario  aveva lo scopo di determinare  un confronto tra organi preposti alla tutela, Soprintendenza ed Ufficio Urbanistico Regionale ed  Ufficio Tecnico Comunale, cittadini e tecnici locali.
    Nel 1985 avvenne l´approvazione della prima bozza, con il titolo di Prontuario del Restauro dei Trulli ed il professionista incaricato  fu  autorizzato dall´Amministrazione alla stesura definitiva ed alla successiva pubblicazione del testo.
    Nella fase intermedia tra l´approvazione della prima bozza  e la stesura definitiva, sono stati organizzati dei seminari di studi sulla pietra a secco, quello più importante ha prodotto degli atti dal titolo "1° Seminario internazionale sull´Architettura in Pietra a Secco", pubblicato dalla casa Editrice Schena di Fasano .
    In data  7 dicembre 1996 Alberobello ottenne il riconoscimento UNESCO  e contestualmente  l´Ufficio preposto alla tutela  continuò in maniera puntuale  ad applicare più rigidamente le norme e le tecniche del restauro dei trulli  riportati nel precitato prontuario;
    In data 29.04.1997,  la bozza definitiva del Prontuario del Restauro , che aveva assunto il titolo di Storia e Destino dei Trulli di Alberobello, ( Prontuario del Restauro )   fu portata in C.C.  per l´adozione definitiva ( delibera di C.C. n.34 );
    Successivamente, nello stesso anno il testo Storia e Destino dei Trulli di Alberobello  fu pubblicato dalla casa  Editrice di Nunzio Schena di Fasano.
    In data 29.11.2008   il Consiglio Comunale  con proprio atto deliberativo , il n.51, ha definitivamente approvato  questo Regolamento Comunale, che è uno strumento molto valido per  il recupero dei trulli sia  di Alberobello che di tutto il territorio della Murgia dei Trulli.

  • Teatro

     La città di Alberobello annovera varie realtà costuituite in Associazione che si dedicano con solerzia e professionalità alle rappresentazioni teatrali.
     Le compagnie teatrali parola sono costituite da giovani che, tra l'altro studiano drammatizzazione e si cimentano anche come autori riscontrando un discreto successo.
     Gli spettacoli, che si svolgono per lo più in primavera-estate, hanno come palco, come scenario i trulli.

    L'Amministrazione ha approvato il progetto per la realizzazione di un auditorium- teatro i cui lavori sono già stati avviati. 

  • Unesco in Jazz Festival Alberobello

    Unesco in Jazz Festival Alberobello

    Il 28, 29 e 30 aprile 2017 l’Assessorato al Turismo, Cultura, Spettacolo del Comune di Alberobello, con la direzione artistica del maestro Giuseppe Amatulli, celebra il Jazz, Patrimonio Immateriale della Umanità dal 2012.