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Casa Rossa

Casa Rossa

 La Casa Rossa, un grande stabile a due piani con circa 30 vani di varia grandezza, è in territorio di Alberobello (sito World Heritage dell’UNESCO), in contrada Albero della Croce, cinque chilometri a sud-ovest dell'abitato, sulla via per Mottola e quasi al confine col territorio di Noci, in collina e in posizione salubre, immerso in una ricca e varia vegetazione mediterranea con un panorama di rara bellezza. Si tratta di località di straordinario interesse per la sua posizione in un’area con testimonianze archeologiche (grotta Mozzone), con antichi tracciati viari (Conversano-Taranto), con una cava d’alabastro dismessa (materiale utilizzato per le colonne del Transatlantico a Palazzo di Montecitorio a Roma) e per essere stato antico punto di confine tra le Città di Taranto, Monopoli e Mottola (da ciò la presenza di grandi querce come strutture segnaletiche).
Verso la fine dell’Ottocento, il sacerdote Francesco Gigante, discusso personaggio locale attivamente colluso con gli ambienti del brigantaggio meridionale postunitario, lasciò il suo vasto patrimonio per la fondazione di una Scuola Agraria ad Alberobello, con testamento del 2 dicembre 1887. Il 9 gennaio 1896 la Scuola Agraria fu costituita in Ente Morale. Secondo il volere del fondatore, essa doveva dare al paese «esperti e laboriosi agricoltori e onesti e pii cittadini. È Scuola teorica e pratica ad un tempo, ha un convitto e accoglie anche allievi esterni».
Per i primi quarant’anni del Novecento, la Casa Rossa fu luogo di rilievo delle politiche di formazione agraria delle giovani generazioni e, come tale, vide l’interessamento dei ministeri dell’Agricoltura e dell’Educazione Nazionale; fu fiore all’occhiello delle politiche ruraliste del Fascismo; fu luogo di esercizio delle politiche di assistenza all’infanzia ospitando orfani di guerra provenienti dalle province di Bari e di Brindisi a partire dal 1919 e, negli anni Trenta, anche alunni inviati dall’Opera Nazionale Maternità e Infanzia. La Casa Rossa fu sede della Scuola Pratica d’Agricoltura dall’anno scolastico 1906/1907 al 1930/31, della Scuola Elementare dall’anno scolastico 1916/1917 al 1938/39, della Scuola Tecnica Agraria dall’anno scolastico 1932/33 al 1938/39, del Convitto riguardante le Scuole succitate dal 1906 al 1939. La Scuola Tecnica ad indirizzo agrario Francesco Gigante ebbe un corso preparatorio annuale ed un corso ordinario biennale: quest’ultimo servì a «contribuire, soprattutto con esempio delle coltivazioni ed industrie rurali, al progresso dell’agricoltura locale» e rilasciava il Diploma di Agente Rurale.
Negli ultimi mesi del 1939 i servizi didattici della Scuola Agraria furono trasferiti in paese, sia per sanare il bilancio, sia in via d’esperimento per avvicinare le famiglie alla scuola con probabilità di una maggiore frequenza. Le attività dell'azienda agraria annessa alla scuola continuarono ad essere svolte in campagna, mentre i locali della Scuola rimasero abbandonati. A partire dal luglio del 1940, per effetto della mobilitazione civile conseguente all’entrata in guerra dell’Italia, questi locali abbandonati di Casa Rossa furono requisiti dal Ministero dell’Interno per impiantarvi il più longevo campo di concentramento di polizia italiano.
Secondo le autorità fasciste, la Casa Rossa si prestava a questa nuova destinazione d’uso perché era isolata, facilmente vigilabile e lontana dai fronti di operazioni militari. Qui furono deportati cittadine e cittadini di tutta Europa, ma anche di altri continenti, in successione, tra il 1940 e il 1949, in tre stagioni distinte.
Tra il 1940 e il 1943, durante il fascismo di guerra, arrivarono in catene sudditi inglesi, tra cui indiani hindu, irlandesi e maltesi, poi ebrei tedeschi, polacchi, ex cecoslovacchi e apolidi, italiani politicamente pericolosi, ebrei italiani renitenti alla precettazione civile a scopo di lavoro, altri ebrei divenuti antifascisti per il Regime solo perché avevano contestato la legislazione persecutoria antiebraica italiana, ebrei croati in fuga dai campi di concentramento diretti dagli ustaŝa, ex jugoslavi dei territori annessi all’Italia sottoposti a violente misure di italianizzazione forzata, compreso l’incendio di villaggi e la fucilazione dei nuclei familiari a cui appartenevano i partigiani serbi e sloveni di Tito. Tra gli internati inglesi, si ricorda il commediografo Arthur Spurle, storico del grande teatro napoletano. Tra gli ebrei tedeschi c’erano numerosi pittori e musicisti, che lasciarono ad Alberobello chine, tempere, disegni, spartiti musicali. Tra gli ebrei anche molti architetti, ingegneri e medici che prestarono la propria opera professionale solo in cambio di cibo per combattere la fame o di indumenti per sopportare il freddo. Alcuni, ebrei e non, all’atto dell’Armistizio furono trasferiti nel Lazio e, successivamente, da qui deportati nei lager nazisti, grazie alla zelante collaborazione della polizia fascista con gli occupanti tedeschi.
Tra il 1944 e il 1946, quando la nostra regione tentava una difficile e caotica transizione verso la democrazia, lasciando però irrisolti i conti lasciati aperti dalla dittatura fascista, con la complicazione di una liberazione alleata non sempre amichevole con le nostre popolazioni civili, furono reclusi ex fascisti confinati politici, altri uomini imputati per gravi fatti di sangue conseguenti a tragici episodi di epurazione dal basso, scatenati da folle inferocite per la mancata epurazione istituzionale, ex militi della Decima Mas.
Tra il 1947 e il 1949, in pieno clima di guerra fredda, non meno dura di quella calda ma molto più lunga, arrivarono prima numerose donne straniere di tutta Europa ex- collaborazioniste o prostitute o sbandate al seguito degli Alleati o senza documenti: con loro erano internati tanti bambini, anch’essi rifiutati da tutte le società civili. Fu, poi, la volta di interi gruppi familiari di displaced persons di tutta Europa, e non solo: tra di loro soprattutto tedeschi ma anche albanesi musulmani, austriaci già cittadini italiani altoatesini che avevano optato con Hitler per la nuova cittadinanza e che ora erano detestati sia dai connazionali che dai nostri, jugoslavi non titini in fuga dal proprio paese, donne dei Sudeti tedescofoni sottoposte a brutali sevizie dai sovietici, perché già privilegiate dai nazisti, russi ortodossi non bolscevichi e cittadini di stati baltici, inseguiti da emissari dell’Armata Rossa, disertori di vari eserciti, ebrei stranieri cacciati dai campi alleati di raccolta per violazione di leggi italiane soprattutto nell’infuocata vigilia elettorale del 1948, ebrei polacchi indesiderati in patria (dove si assisteva a nuovi pogrom antisemiti, questa volta opera di polacchi e non di tedeschi), che speravano di emigrare in Palestina. Il più famoso internato di questo periodo fu il pittore lettone Viktor Tschernon, che affrescò interamente la cappella cattolica di Casa Rossa con temi ispirati al ciclo della vita di san Francesco e santa Chiara e con l’abside in stile bizantino. A questa terza stagione del Campo, visitato dai cronisti di tutta Italia, fu ispirata una nota pellicola, Donne senza nome.
Le indesiderabili, del regista ungherese Geza van Radvanij, con un cast internazionale di attori davvero eccezionale.
Il campo è stato, di volta in volta, di internamento, concentramento, transito, confino, prigionia, per profughi.
Dal 1° agosto 1956 e fino al 1977 il Centro di Studi di Agricoltura – Fondazione “Francesco Gigante”, diretto dal commissario prefettizio Antonio Colucci, attivò una convenzione con il Ministero di Grazia e Giustizia, tramite la Direzione dei Centri rieducazione minorenni delle Puglie di Bari, per l’istituzione nella Casa Rossa di una Casa di Rieducazione minorile maschile con il funzionamento presso di essa di un istituto professionale agrario.
Dal 16 maggio 1957 l’Istituto professionale per l’agricoltura presso la Casa Rossa fu intitolato a Renato Moro, padre di Aldo.
Il 21 febbraio 2001 Elisa Springer, famosa sopravvissuta ad Auschwitz, visitò la Casa Rossa e dichiarò: «non posso ammettere che questa struttura diventi un posto di divertimento perché è stato comunque un luogo di sofferenza. Provo una certa emozione, perché campi come questo sono stati il trampolino per campi più grossi e poi per i veri e propri lager. Penso a quanta gente è stata qui e poi ha perso la vita. Mi oppongo a questi tentativi di distruggere la memoria. Dobbiamo fare di tutto perché questo campo rimanga in vita».
L’undici novembre 2002, l’Associazione ebraica Keren Kayemeth Leisrael fece dono al Comune di Alberobello di un ulivo proveniente dalle colline di Gerusalemme, che fu messo a dimora in un’aiuola del Belvedere di Piazza Giangirolamo, nei pressi della chiesa di santa Lucia, con una targa con questa scritta in italiano e in ebraico: «Ulivo delle colline di Gerusalemme al Comune di Alberobello per l’ospitalità offerta dai suoi cittadini durante le persecuzioni razziali. Dono del Keren Kayemeth Leisrael». Il dottor Sapir recitò la preghiera ebraica per la piantagione di alberi e fu eseguito, per la prima volta in pubblico, il valzer-rondò Felicità, composto nel 1941 ad Alberobello dall’ebreo Charles Abeles in onore del proprio padrino cattolico, Francesco Nardone. Questa piccola targa è l’unica traccia oggi riconoscibile in tutta la Puglia delle persecuzioni antiebraiche nel territorio regionale, durante la dittatura fascista.
Il 5 dicembre 2007 la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Puglia ha dichiarato Casa Rossa bene di interesse storico-artistico, sottoposto alle tutele del decreto legislativo 22 gennaio 2004 n.42.

Casa Rossa non è un unicum dell’internamento di ebrei in Puglia, né della permanenza di displaced persons nel lungo dopoguerra: è però un caso isolato in Italia e tra i pochi nel mondo di struttura di deportazione, e quindi di luogo della memoria, di lunga durata: dieci anni. Qui furono scaricati su popolazioni civili, e in particolare su donne, bambini, oppositori politici, professionisti e intellettuali, i costi della guerra e del dopoguerra e quelli della riscrittura della carta geopolitica dell’Europa, in termini di mobilitazione, sradicamento di popolazioni, privazione di ogni diritto e dignità, oltre che degli elementari beni della vita quotidiana.
La varietà di nazionalità, di culture e di religioni degli uomini e delle donne reclusi per così tanti anni a Casa Rossa, a causa delle oppressioni totalitarie ma anche dell’intolleranza per ogni diversità, fa’ sì che essa possa essere proposta non solo come Museo-Memoriale della Shoah nel Mezzogiorno, anche a fronte della scomparsa o trasformazione di simili luoghi della memoria nel Sud, a prevalente connotazione didattica, ma anche come Centro della Pace e del Dialogo Interculturale tra l’Europa e il Mediterraneo, contro tutte le deportazioni, le discriminazioni e tutte le guerre. Non è un caso che questo luogo di incontro di civiltà e di culture si trovi nella meravigliosa città di Alberobello, patrimonio Unesco dell’Umanità.

                         

                                  

Per saperne di più:

Francesco TERZULLI, La Scuola Francesco Gigante ad Alberobello tra il 1896 e il 1939, in

«Riflessioni. Umanesimo della Pietra», Martina Franca, luglio 2003.

Francesco TERZULLI, La Casa Rossa. Un campo di concentramento ad Alberobello, Mursia, Milano, 2003, 366 p.

Francesco TERZULLI, La memoria della Casa Rossa, in «Riflessioni. Umanesimo della Pietra», Martina Franca, luglio 2008.

  Testimone Oculare